Come ti raccontavo nella newsletter di ieri, questa settimana, grazie anche all’intervista di Nicole di @ancheumani (se non la conosci la trovi qui e qui), ho parlato di coraggio.

Quante volte hai sentito che bisogna essere forti? Che bisogna reagire? Che bisogna essere un guerriero per combattere una malattia o vivere con una condizione di dolore cronico?

Se queste modalità di esprimere ciò che vivi ti fanno storcere un pò il naso hai ragione, davano molto fastidio anche a me. Sopratutto perchè mi ritrovavo da sola, a pensare di combattere….cosa? Il mio corpo? Il mio male-essere? La mia stanchezza? 

E ancora… dovevo reagire a cosa? Cosa dovevo fare di più, dato che mi sembrava di fare già tutto quello che potevo fare per me? Cosa dovevo fare di diverso, dato che facevo ogni cosa di quello che mi veniva detto? Da chi dovevo andare ancora? Che esame dovevo fare ancora? Come si poteva spiegare tutto il dolore, il malessere, il disagio e la stanchezza e la mancanza di energie che ogni giorno peggiorava?

Queste e molte altre domande erano nei miei pensieri ogni giorno… quasi a tutte le ore.

“Stare bene” era diventata o un’ossessione, o un miraggio, o un obbligo, o un sogno sbiadito, o una tortura, perché passavano i giorni, i mesi, gli anni e non cambiava nulla.

Ero letteralmente assorbita, annientata, frustrata e impoverita da questo macinare soluzioni, cercare professionisti, fare esami, raccontare da capo tutto, aprire gli occhi e sentire una spada conficcata tra occhio, bocca, orecchio e collo per tutto il giorno (e la notte)….

Sono certa che se stai vivendo una condizione di dolore cronico (di qualsiasi genere, fisico, da patologia, da trauma fisico non risolto, da chirurgia, emotivo e psicosomatico) che si protrae e non cambia (se non in peggio) queste cose le capisci bene e le vivi quotidianamente.

Capire che non avrei potuto avere il coraggio di sostenere una vita così, per altri mesi o anni come quelli già trascorsi, una vita a metà, mi ha dato lo stimolo a cominciare a fare riflessioni diverse.

Per farmi domande diverse.

Ho iniziato a chiedermi cosa potevo fare io per cambiare il modo di vivere questo dolore.

Come potevo tornare a occuparmi del mio lavoro, della mia passione per lo studio anche se avevo meno energia e dolore costante.

Esisteva un modo? Un metodo? Una strada? 

Queste domande, anch’esse fatte nella mia testa quotidianamente, rimasero a lungo senza risposta. 

Ho dovuto imparare ad aspettare. E a cambiare modo di rapportarmi a me stessa.

Ho iniziato a capire che se non avevo energie, il corpo e la mente non avrebbero potuto fare nulla.

Fermarsi, non lavorare, stare con il dolore, era l’unica via in quel momento che dovevo avere il coraggio di perseguire, perchè stare con ciò che era, era questo. 

Doloroso, a più livelli e per più motivi, ma era questo.

Decidere di dare voce, ascolto, al bisogno del mio corpo e della mia mente di silenzio, di calma, di ritmi mooooooolto più lenti e molto più rilassati ha richiesto coraggio. Non di fare, ma di stare. Di essere diversa da come mi ero conosciuta e di come ero abituata a vivere.

Avere coraggio non ha nulla a che fare con la forza, l’azione, certo che puoi l’azione segue, ma prendere coraggio, è un moto interiore, è un atteggiamento. 

Ecco perchè è collegato all’ascolto di sè.

Perchè se non so ciò di cui ho bisogno non posso decidere per me. E saranno gli eventi, le mi condizioni e altre persone a decidere per me.

Coraggio in latino deriva da “cor-habeo”…….avere cuore.

E al cuore delle cose non ci si arriva ragionando razionalmente.

La mente razionale entra in gioco subito dopo, perchè non sono qui a proporti nulla di passivo o da “viviamo felici e contenti”, ma se è collegata a una scelta del cuore, una scelta di avere cuore, per se, allora la mente razionale sarà al servizio del tuo sentire, e di ciò che hai davvero bisogno in quel momento, e ti porterà a saper gestire molte cose, che solo con la mente “delle performance” non riuscirai mai a fare.

Ne ho parlato anche nell’ultima mail: non mi sono mai imposta nulla con la forza, avrei mollato tutto, anche la meditazione o le abitudini diverse che ho intrapreso.

Mi sono sempre accompagnata con gentilezza, nonostante decidere di scegliere questa strada mi facesse risultare al mondo esterno scomoda (non lavoravo), impopolare (dovevo dire tanti no per preservare la mia energia e la mia salute precaria), complessa (perchè da fuori sembravo “sana”), egoista (perchè mettevo me stessa davanti a tutto), inusuale (perchè le scelte che ho fatto non erano “convenzionali”), ribelle (perchè ho cercato il mio bene-essere in qualcosa che non è conosciuto e riconosciuto dai più).

Ecco che cos’è il coraggio per me.

Ecco perchè te ne ho parlato.

Perché è strettamente correlato a cosa ho vissuto, alla mia esperienza e alla mia gestione del dolore cronico, che poi è cresciuta e si è strutturata in un metodo ben definito e…nuovo, ribelle!

Per te, che cosa vuol dire essere coraggiosa? A cosa associ questa parola e come la vivi nella tua condizione di dolore cronico?

Da ultimo…. Il coraggio di ascoltarsi è qualcosa che si può allenare?

SI!! 

E questo è il bello della nostra biologia: possiamo andare ad allenare questa capacità per avere influenza su strutture, meccanismi e processi che si sono cronicizzati nel corpo e nella mente, rendendoli più flessibili!

Grazie per avermi letto fin qui, se ti interessa approfondire ulteriormente questi concetti:

-puoi trovare l’intervista che mi ha fatto Nicole qui e qui 

-puoi ascoltare la puntata di ieri del mio podcast “vita da cronico”, che tratta questi argomenti da più punti di vista, anche molto pratici!

-puoi iscriverti alla mia newsletter Ribelli cronici

-puoi iscriverti a Ribellione Cronica, un percorso che stimola questo approccio, aiutandoti a sviluppare un’atteggiamento diverso con le tue difficoltà legate a stress e dolore cronico.

Buona giornata ribelle a presto!